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La Leggenda della Banda del Trullo – Quattro ragazzi italiani approdati a Steam

By febbraio 14, 2016Senza categoria

da Il Post Viola

Giulia è l’unica donna del gruppo. Capelli rosso Noemi, che ormai quel colore con sfumature bronzee  si definisce così. Si capisce a colpo d’occhio che è la designer della banda, e che proviene da una famiglia di architetti. E’ seduta sul divano, nella loro sede, in via del Trullo. Alla sua destra Riccardo, che è il padrone di casa; alla sua sinistra il concept artist Niccolò, con lui Giulia condivide la passione creativa; Matteo sta in piedi, perché un leader deve guardare lontano, barba e capelli lunghi raccolti in un berretto stile hipster, agita le mani quando parla e ti guarda sempre fisso negli occhi.

Il loro nome ufficiale in realtà è Black Mist Studio, ma per tutti sono “La banda del Trullo”: tre ragazzi e una ragazza che sono riusciti ad approdare su Steam, la più grande piattaforma al mondo per i videogame online, riservata ai PC, con The Warden. Un videogioco pensato, realizzato e prodotto interamente da loro. Hanno fatto le scarpe a studi di produzione “Indie” che hanno alle spalle investitori che credono nelle idee dei giovani talenti e gli mettono a disposizione strutture e personale. Il loro numero fortunato è trenta. E se c’è chi viene ricordato aver utilizzato i trenta denari ricevuto per un tradimento che sarebbe passato alla storia, i loro trenta euro di budget iniziale sono già una leggenda da queste parti. Con quelli  sono riusciti a sconvolgere il panorama dei videogiochi partendo dalla camera da letto in questa palazzina, a ridosso della Portuense, metà Trullo e metà Monteverde.  Per il mio incontro con loro mi sono portato Alberto, mio figlio, perché io quanto a videogiochi sono rimasto all’ultima crociata di Indiana Jones, del 1989, che devo ancora finire. Alberto invece è un vero nativo digitale. Mi pentirò di averlo portato con me per questa intervista. Ma andiamo con ordine.

La leggenda parla di un incontro al bar, in una notte buia e tempestosa…
“Questo inizio ci piace molto, anche perché qui siamo tutti appassionati di cinema” spiega Matteo, indicando soprattutto Niccolò “ma mettiamola così anche se la notte non era poi così tempestosa, l’idea l’abbiamo avuta proprio in un bar di Monteverde. Erano giorni che stavamo cincischiando con alcuni videogiochi che avevamo scaricato da Steam, non ce n’era nessuno che ci piaceva. A noi gli “sparatutto” non piacciono molto, siamo piuttosto appassionati dei giochi “in prima persona” dove bisogna affrontare diverse abilità.  “Sì” lo interrompe Niccolò “lui è il vero smanettone del gruppo, difficile stargli dietro. Finisce tutte le storie in un baleno. E poi stressa me col fatto che si annoia. Quella sera è partito tutto per scherzo. Io gli ho detto: ma come lo immagineresti un videogioco fico? E lui è partito di fantasia. Io gli sono andato dietro e, quasi senza accorgercene ci siamo ritrovati con una bella storia tra le mani.”

Che si tratti di cinema, di teatro o di videogiochi, alla fine quello che conta è sempre una bella storia, no?
“Esatto” interviene Giulia “anche se io, quando quella sera mi hanno chiamato, ho pensato che avevano esagerato con le birre. Ma quando mi hanno raccontato la storia chiedendomi di disegnare gli ambienti ho capito che facevano sul serio. E mi sono messa al lavoro, anche se non avevo idea su come fare. Io studio matematica, anche se in famiglia la carta millimetrata è di casa. Alla fine ho dovuto improvvisarmi come level designer. Fino ad allora non avevo idea di cosa volesse dire. Ho imparato strada facendo.”

“Anche io” questo è Riccardo, il programmatore “ho dovuto imparare ad utilizzare il software per creare videogiochi, Unity, praticamente partendo da zero. Fino ad allora avevo fatto piccole cose di programmazione. Ma mi sono messo sotto e in una settimana sono diventato un esperto. Tutto quello che sappiamo fare in questo settore lo abbiamo imparato creando il videogioco. Tanto allora – stiamo parlando di nove mesi fa – ero disoccupato.”

E adesso?
“Grazie alla risonanza che ha avuto il videogioco, una software house che produce App per smartphone di Roma, mi ha offerto un contratto, e dopo lo hanno offerto anche a Matteo.”

E qui mi sfugge  la banalissima domanda: “Quindi voi avete resistito al richiamo dei cervelli in fuga?”
Matteo e Riccardo si guardano e sorridono. “Guarda che in questo settore non c’è nessun bisogno di muoversi per lavorare” mi fa il primo. E gli fa eco il secondo:”Con Skype e le piattaforme di condivisone di lavoro online molti “studios” di produzione fisicamente non hanno sede. Sono solo luoghi virtuali.” Infatti, aggiunge il secondo: ”Ciascuno può rimanere comodamente seduto davanti al computer per lavorare al pezzo della storia che gli compete, che sia programmazione, level design o concept design.”

La leggenda parla di un incontro al bar, in una notte buia e tempestosa…
“Questo inizio ci piace molto, anche perché qui siamo tutti appassionati di cinema” spiega Matteo, indicando soprattutto Niccolò “ma mettiamola così anche se la notte non era poi così tempestosa, l’idea l’abbiamo avuta proprio in un bar di Monteverde. Erano giorni che stavamo cincischiando con alcuni videogiochi che avevamo scaricato da Steam, non ce n’era nessuno che ci piaceva. A noi gli “sparatutto” non piacciono molto, siamo piuttosto appassionati dei giochi “in prima persona” dove bisogna affrontare diverse abilità.  “Sì” lo interrompe Niccolò “lui è il vero smanettone del gruppo, difficile stargli dietro. Finisce tutte le storie in un baleno. E poi stressa me col fatto che si annoia. Quella sera è partito tutto per scherzo. Io gli ho detto: ma come lo immagineresti un videogioco fico? E lui è partito di fantasia. Io gli sono andato dietro e, quasi senza accorgercene ci siamo ritrovati con una bella storia tra le mani.”

Che si tratti di cinema, di teatro o di videogiochi, alla fine quello che conta è sempre una bella storia, no?
“Esatto” interviene Giulia “anche se io, quando quella sera mi hanno chiamato, ho pensato che avevano esagerato con le birre. Ma quando mi hanno raccontato la storia chiedendomi di disegnare gli ambienti ho capito che facevano sul serio. E mi sono messa al lavoro, anche se non avevo idea su come fare. Io studio matematica, anche se in famiglia la carta millimetrata è di casa. Alla fine ho dovuto improvvisarmi come level designer. Fino ad allora non avevo idea di cosa volesse dire. Ho imparato strada facendo.”

“Anche io” questo è Riccardo, il programmatore “ho dovuto imparare ad utilizzare il software per creare videogiochi, Unity, praticamente partendo da zero. Fino ad allora avevo fatto piccole cose di programmazione. Ma mi sono messo sotto e in una settimana sono diventato un esperto. Tutto quello che sappiamo fare in questo settore lo abbiamo imparato creando il videogioco. Tanto allora – stiamo parlando di nove mesi fa – ero disoccupato.”

E adesso?
“Grazie alla risonanza che ha avuto il videogioco, una software house che produce App per smartphone di Roma, mi ha offerto un contratto, e dopo lo hanno offerto anche a Matteo.”

E qui mi sfugge  la banalissima domanda: “Quindi voi avete resistito al richiamo dei cervelli in fuga?”
Matteo e Riccardo si guardano e sorridono. “Guarda che in questo settore non c’è nessun bisogno di muoversi per lavorare” mi fa il primo. E gli fa eco il secondo:”Con Skype e le piattaforme di condivisone di lavoro online molti “studios” di produzione fisicamente non hanno sede. Sono solo luoghi virtuali.” Infatti, aggiunge il secondo: ”Ciascuno può rimanere comodamente seduto davanti al computer per lavorare al pezzo della storia che gli compete, che sia programmazione, level design o concept design.”

A questo punto voglio vedere i vostri “Studios”
Riccardo sorride e tutti si alzano dal divano, ci accompagnano nella stanza accanto. In mezzo a due letti è incastonata una scrivania e lì sopra c’è un grande schermo con sotto “la bestia”: un supercomputer con tante lucine e tre levette, sembra la macchina di “Ritorno al futuro”.

Avete realizzato tutto qui?
E’ il padrone di casa che risponde. “Il bar di Monteverde ci è servito per mettere a punto la storia e dividere i ruoli. Poi qui siamo andati avanti con la programmazione e  la realizzazione degli ambienti. Qui abbiamo litigato e risolto i problemi, il tutto grazie a  Matteo, che è quello che ha continuato a motivarci anche quando le cose sembravano andare male. Lui ha creduto fino in fondo che noi avremmo realizzato questa pazzia. Ed è grazie alla sua testardaggine se oggi parliamo con te di questo nostro successo e siamo stati lanciati nel firmamento della notorietà con l’articolo di Repubblica.

“Già, cosa è successo dopo l’articolo di Repubblica?
“I primi due o tre giorni sono stati un assalto. Ma, anche in questo caso ci siamo divisi i ruoli” spiega Matteo, il “motivatore”, che è il loro frontman anche con la stampa. “Io mi occupo dei giornalisti, Riccardo invece risponde su Steam a tutti coloro che chiedono pareri tecnici, Niccolò si occupa delle mail che arrivano dalla pagina e Giulia dei social, soprattutto Facebook”. “Si – aggiunge Giulia – non è bello da dirsi, ma purtroppo il fatto che sia donna mi rende tutto più semplice sui social network. I ragazzi interagiscono con me più di quanto farebbero – lo abbiamo testato – con un maschio.” Giulia questa cosa la buttà lì, come se fosse una cosa normale, ma si vede che le da parecchio fastidio.

Quindi decine di richieste di interviste?
“Neanche tanto”, rispondono in coro. Poi Niccolò mi spiega che “a parte il TG3 che dovrebbe fare un servizio, le reazioni ci sono state soprattutto tra i nostri amici. Per dirti – prosegue – abbiamo avuto più reazioni, ma soprattutto fuori dall’Italia, dopo aver messo il gioco su Steam. In quel momento abbiamo ricevuto richieste di piccole interviste da parte di siti specializzati e poi abbiamo “svoltato” quando uno yotuber ha giocato online a The Warden”

Ed è a questo punto che mi sono reso conto che il mio asso nella manica era Alberto, mio figlio. Ha cominciato a interloquire con loro su “Luke”, un ragazzo che realizza video nei quali spiega i giochi, giocando in diretta. E’ la nuova frontiera degli adolescenti che hanno cancellato dalla loro vita la TV: tutto quello che sanno del mondo lo stanno imparando dai loro coetanei che si riprendono mentre spiegano un gioco, viaggiano, cucinano, parlano della vita quotidiana. Con video, anche di bassa qualità, nei quali loro parlano in una piccola finestra in alto a sinistra mentre scorrono le immagini delle cose che tanno raccontando. Ma di questo parlerò in un altro articolo. E’ arrivato il momento del congedo da questi quattro fenomeni di Trullo/Monteverde. Mentre ho ancora il tempo di chieder loro se nessuno delle istituzioni (Municipio, Comune, Regione) si sia fatto sentire per cercare di capire se potessero aiutarli in qualche maniera.

“No assolutamente” tutti sembrano disinteressarsi a chi programma videogiochi in Italia.” Mi dice Matteo “Fossimo stati all’estero subito ci avrebbero contattato per “assorbirci” in qualche software house.” “Ma forse è proprio questo che ci ha stimolato” conclude Niccolò “noi siamo spiriti liberi e tali vogliamo rimanere. Se ci fossero stati dei finanziatori forse non avremmo mai raggiunto questo obiettivo.”

Già, l’Italia è un popolo di santi, poeti e…programmatori.

(Fonte: http://violapost.it/2016/02/14/la-leggenda-della-banda-del-trullo-quattro-ragazzi-italiani-approdati-a-steam/)

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