Non scendo in campo ma voglio essere il sindaco di Roma

da Huffingtonpost.it

E no, per favore, non dite così. Se avessi previsto che la mia decisione di presentarmi alle primarie di Roma, per la scelta del candidato a sindaco di centrosinistra, sarebbe stata sintetizzata dai giornalisti con la frase: “Scende in campo Mascia” l’avrei chiarito fin da subito.

Non scendo in campo, perché non stiamo parlando di calcio, ma del futuro della nostra città. E non è un gioco, ma una questione molto seria visto che quello che resta del nostro territorio sta scomparendo sotto il cemento; noi, i nostri amici e i nostri parenti ci ammaliamo sotto la cappa di questo inquinamento che ci brucia l’anima, oltre che i polmoni; c’è chi sta tentando di privatizzare tutto, anche le scuole per l’infanzia dei nostri figli; viviamo quotidianamente la mancanza di attenzione per i più fragili e la mancanza di tutela per i nostri amici animali; non vengono garantiti i diritti personali dell’uomo, ad esempio quello di vedere ufficializzata un’unione civile.

Non scendo in campo, perché questa frase, in politica, non mi è mai piaciuta. E il primo che l’ha pronunciata è stato il nemico numero uno degli interessi degli italiani. Non scendo in campo, perché non è cosi che vedo le cose: a Roma c’è la possibilità di portare, finalmente l’ecologia al centro delle scelte dei cittadini. Perché sfido chiunque a spiegarmi in quale campo dovrebbe stare la mobilità sostenibile e in quale altro la Green economy, in quale la difesa della salute dei cittadini e la lotta contro partitocrazia, apparati e speculatori. I temi ambientali sono trasversali, e non sono tali se non si parte dalla ecologia della mente.

Non scendo in campo perché credo fermamente che la conversione ecologica non possa partire senza la cultura della convivenza. E questa conversione deve partire dalle cose quotidiane, che ci toccano tutti a partire dalle più semplici. Per esempio mangiare cibi sani e dell’agricoltura locale, poter girare in bicicletta nella nostra città senza rischiare di essere investiti, garantire il diritto alla scuola pubblica per i nostri bambini fin dall’infanzia, permettere ai giovani innovatori della città di avere gli spazi e le risorse per inventare e contribuire al benessere economico della Capitale.

Non scendo in campo perché l’ecologia può (e deve) stare in un “campo”, ma non minoritario. La difesa dell’ambiente è una vocazione maggioritaria e deve arrivare in tutte le case per migliorare le nostre vite. E non c’è più tempo da perdere, che ne abbiamo perso troppo. Purtroppo si vedono le conseguenze di una città allo sbando, anche perché non si è lasciato lavorare fino alla fine il sindaco precedente e legittimamente eletto. Noi ecologisti ci proponiamo di riportare Roma sulla retta via.

Non scendo in campo perché non sono più i tempi del papà di Benigni: adesso è meglio farla a casa propria. Non scendo in campo ma mi metto a disposizione della città con preoccupazione perché anche Ignazio Marino non stava al gioco e l’hanno fatto fuori. Non scendo in campo ma propongo un rivoluzione per governare la nostra città come non è mai stato fatto prima: è arrivato il momento di far sentire la nostra voce e se io riuscirò a fare da amplificatore sarà già questo una prima e importante vittoria. E poi magari arriva anche il secondo: scacciare i mercanti dal tempio.

(Fonte: http://www.huffingtonpost.it/gianfranco-mascia/non-scendo-in-campo-ma-voglio-essere-il-sindaco-di-roma_b_9206902.html)

 

Referendum anti-trivelle: scelta incomprensibile di non fare Election Day

da IlFattoQuotidiano.it

Ieri sono stato davanti a Montecitorio insieme ai molti manifestanti di Greenpeace e non solo, per chiedere al governo l’Election Day.

Il tema centrale era il referendum contro le trivellazioni, che volevamo in contemporanea con il primo turno delle elezioni amministrative della prossima primavera. Da candidato come sindaco di Roma alle primarie del centrosinistra, ho chiesto a gran voce l’Election Day e ho chiesto agli altri candidati di esprimersi, per una questione di coscienza: prima di tutto per la tematica così importante come quella delle trivellazioni, che causerebbero un impatto ambientale gravissimo per l’ecosistema, ma anche per una questione di natura economica. Inserendo il referendum nel primo turno di elezioni amministrative si sarebbero risparmiati 300 milioni di euro per una nuova apertura dei seggi e tutto ciò che ne comporta. Ma nessuno degli altri candidati mi ha seguito su questa strada e, quel che è peggio, il governo alla fine ha deciso di votare separatamente, imponendo la data del 17 aprile per il referendum NoTriv.

Peccato, perché l’election day sarebbe stato un atto di responsabilità; non solo nei confronti dell’ambiente, che da sempre è uno dei temi che mi sta più a cuore, ma anche responsabilità civile per evitare alle casse statali una spesa enormemente maggiore rispetto a quella che dovremmo affrontare con una votazione ex novo.

La responsabilità da “padre di famiglia”, dovrebbe far parte di quel sentire comune che porta alla coesione delle forze per avere un Paese migliore, più sostenibile, non solo da un punto di vista strettamente ecologico e ambientalista. Visto che il governo non sembra sentirla, lo faremo noi.

Con l’impegno di tutti per vincere anche questa sfida e portare tutti a votare SI all’abrogazione della norma che fermerà le trivelle pronte a distruggere e inquinare. Dobbiamo farlo per noi, per l’ambiente e per il nostro futuro.

(Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/11/referendum-anti-trivelle-incomprensibile-la-scelta-di-non-fare-un-election-day/2455144/)

Fondi Smog: che fine hanno fatto? Lettera aperta a Delrio

da Il Post Viola

Caro Graziano Delrio,

abbiamo saputo che oggi sarai presente, in qualità di Ministro per le Infrastrutture e i Trasporti, alla Commissione Ambiente per parlare di mobilità sostenibile e lotta all’inquinamento cittadino.

Avrai visto che, dopo l’emergenza di fine anno, anche a Roma sono giorni che è tornato l’allarme inquinamento dovuto al fatto che le polveri sottili (PM10) sono superiori ai limiti di legge in molte centraline della città. Stesso problema anche in Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e in tante altre città italiane.

Ti scriviamo da cittadini che vivono nella Capitale e subiscono quotidianamente l’inquinamento causato, non solo, dalle polveri sottili, sapendo che tu sei particolarmente sensibile a queste tematiche.

Tu sai bene che il problema dell’inquinamento in città si risolve “strutturalmente” solo incentivando la mobilità pubblica.

Per questo ti chiediamo in primo luogo di spiegare il motivo per cui a Roma ci sono ben 60 autobus elettrici che rimangono in deposito per mancanza di manutenzione e ti chiedendoti di indagare e verificare se è possibile rimettere in pista questa flotta di mobilità sostenibile che è un vero peccato rimanga ogni giorno inutilizzata.

Magari si potrebbe attingere ai 12 milioni di euro previsti nell’art. 2 del protocollo d’intesa ANCI-Ministero dell’Ambiente del dicembre scorso, presentato come la Panacea che avrebbe risolto tutti i problemi dell’inquinamento, e che è rimasto ancora lettera morta, visto che quei 12 milioni di euro nessuno li ha più visti.

E’ indispensabile sbloccarli immediatamente, ad esempio per investirli nel ticket giornaliero per i mezzi pubblici a 1,5 €, che consentirebbe di alleggerire le strade dall’inquinamento del traffico privato. Oppure per mettere rimedio al disastro della Roma Lido che quotidianamente costringe i pendolari a un calvario infinito.

E anche l’investimento di 700 milioni per i privati e i 200 per il pubblico rivolti a interventi per l’efficienza energetica , che fine ha fatto? Si è perso nelle 149 pagine delle «Regole applicative del conto termico».

Saprai sicuramente che un Rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), ha evidenziato che l’Italia è il Paese dell’Unione europea che segna il record del numero di morti premature rispetto alla normale aspettativa di vita a causa dell’inquinamento dell’aria. Nel solo 2012 i decessi riconducibili all’inquinamento sono stati circa 84.400, su un totale a livello europeo di 491 mila. E il primo impegno del Governo (al pari di quello del Sindaco) dovrebbe essere quello di salvaguardare la salute dei cittadini.

Visto che una delle maggiori fonti di inquinamento da polveri sottili è il riscaldamento, ti chiediamo di sbloccare subito i 900 milioni di fondi che avete stanziato per consentire la conversione ecologica degli impianti dei condomini, delle case private, delle strutture pubbliche. Essere più rigidi con i Comuni che dovrebbero controllare le caldaie, è un altro punto che ti chiediamo di prendere in considerazione, visto che il Comune di Roma, ad esempio, non ha ancora rinnovato la convenzione del “Bollino Blu” con i manutentori della caldaie private e pubbliche.

In ultimo, da ciclisti a ciclista, ti chiediamo di riprendere in mano l’idea – che avevi lanciato nei mesi scorsi– di un Piano Nazionale della mobilità ciclistica. Perché qui a Roma la situazione è veramente triste per noi ciclisti urbani. A parte il grande progetto del GRAB (che però incide poco sulla mobilità urbana), forse saprai che per il Giubileo era stata prevista la realizzazione di 21 piste ciclabili “leggere” che non sono state mai progettate né tanto meno realizzate. Oppure capita che si realizza il corridoio Laurentina-Tor Pagnotta con la corsia preferenziale per gli autobus, indicando nel progetto anche una pista ciclabile bi-direzionale mai realizzata. Disattendendo completamente l’art. 10 della 366/98 sulla mobilità ciclistica.

Insomma, caro Ministro Delrio, abbiamo fiducia che nell’audizione in Commissione Ambiente alla Camera di oggi, tu riesca a pensare al problema dell’inquinamento nelle città non solo quando le centraline “impazziscono” (come oggi a Roma, Milano e in tantissime altre città italiane) ma con impegni strutturali che affrontino il problema alla radice.

(Fonte: http://violapost.it/2016/01/27/che-fine-hanno-fatto-i-fondi-per-lo-smog-lettera-aperta-a-delrio/)

Iacopo Melio vs Salvini: il ragazzo ha la meglio, poi le minacce di morte

da Il Post Viola

Iacopo Melio, è il ragazzo disabile che ha lanciato la campagna #Vorreiprendereiltreno, per sensibilizzare l’abbattimento delle barriere architettoniche nella mobilità pubblica.  Ieri ha commentato un post del segretario della Lega contro il Kamikaze di Instanbul.

“Il Kamikaze che ha fatto 10 morti a Istanbul era un 27enne siriano, entrato come “profugo”, che aveva chiesto asilo politico. Intanto in Italia continua ad entrare chiunque…”, scrive Matteo Salvini.

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“Lei continua a fare “sciacallaggio” su certi tristi avvenimenti, frutto della pazzia umana che può riguardare tutti indistintamente e non per forza derivanti dalla religione o dall’immigrazione… Pur di fare campagna elettorale“ gli risponde Iacopo Melio.

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E aggiunge provocatoriamente : “Facciamo uscire dall’Italia i delinquenti, ma anche i socialmente inutili, tipo i politici che anziché lavorare passano le ore sui social a fare terrorismo psicologico. Che dice?” e poi corregge il leader della Lega: “Comunque, per la cronaca, il ragazzo in questione non era siriano ma saudita, e semplicemente proveniva dalla Siria. Ma non col barcone, in aereo“.

Sulla pagina di Salvini si scatena un putiferio e la risposta del ragazzo raggiunge più di 3.000 “Mi piace”. Tra i commentatori c’è chi lo difende, cliccando “Mi piace” al suo commento, in moltissimi però lo offendono, arrivando a minacciarlo di morte e scrivendo insulti sulla sua condizione fisica.

Poi Salvini, o chi gli gestisce la pagina, pensa bene di cancellare il commento di Iacopo al suo post e tutti gli insulti.

Infine il promotore della campagna #Vorreiprendereiltreno, mette sulla sua bacheca una delle minacce di morte ricevuta e chiude da gran signore  “grazie alle MIGLIAIA di persone che mi hanno scritto commenti o messaggi di sostegno. Andiamo avanti, contro ogni barriera culturale”.

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5 cose da sapere sulla Conferenza di Parigi sul clima – Infografica

da Il Post Viola

La Conferenza sul clima di Parigi (COP21) è iniziata, il presidente François Hollande ha spiegato che questo evento “porterà speranza e della solidarietà”, gli ha fatto eco Barack Obama: “Bisogna agire ora, mettendo da parte gli interessi di breve termine. Siamo l’ultima generazione a poter salvare il pianeta” . Ma perché è così importante la Conferenza di Parigi?

Ho provato a riassumere le cinque cose che dovete sapere su COP21 e perché è così importante.

1. Che cos’è COP21 e chi ci sarà?

La COP21, conosciuta anche come la Conferenza di Parigi 2015 sul Clima, per la prima volta in oltre 20 anni di negoziati delle Nazioni Unite, mira a raggiungere un accordo giuridicamente vincolante e universale sul clima, con l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 °C . La Conferenza si tiene a Parigi in questi giorni e fino all’11 dicembre.

COP21 sta per la Conferenza delle Parti, che è un incontro annuale composto dai 195 membri che hanno aderito alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), entrata in vigore nel 1994. La conferenza vede la partecipazione di leader e primi ministri di tutti i governi del mondo. Costoro hanno il mandato di firmare un contratto vincolante per conto dei loro paesi. Sono presenti anche importanti multinazionali e le organizzazioni non governative. Dall’Italia più di 200 aziende con sede nel nostro paese hanno firmato e consegnato al ministro dell’ambiente Galletti (tra queste ERG Renew, Poste Italiane, Terna, Gse, Barilla, Carlsberg, BioChemtex, Ferrovie dello Stato, Novamont, Philips Italia, Unilever Italia e L’Oréal Italia) un appello nel quale si chiede una normativa che agevoli le iniziative per fronteggiare i cambiamenti climatici e la richiesta che a Parigi vengano adottati target vincolanti.

La conferenza stanzierà 100 miliardi di dollari in fondi per aiutare le nazioni a contribuire alla riduzione delle emissioni. L’attuale accordo si esaurisce tra 5 anni e molti degli obiettivi non sono stati raggiunti. COP21 è un’opportunità per i paesi di impostare un accordo di lungo termine.

2. L’esito di questa conferenza potrà effettivamente influenzare la vita delle persone, nelle comunità di tutto il mondo?

Gli effetti dei cambiamenti climatici saranno subiti dai cittadini di tutto il mondo, in molti modi diversi. Tuttavia, i cambiamenti climatici colpiscono soprattutto le popolazioni più povere. La Banca Mondiale ha riferito che entro il 2030, 100 milioni di persone potrebbero essere costrette in condizioni di estrema povertà a causa dei cambiamenti climatici. Quando la temperatura media globale aumenterà porterà a una scarsità d’acqua che diminuirà i terreni coltivabili, questo spingerà i poveri a soffrire ancora più povertà. E causerà massicce migrazioni dalle regioni del sud a quelle del nord. Provate ad immaginare con quali effetti…

Il cambiamento climatico aggrava anche problemi esistenti, come le catastrofi naturali legate al clima, scarsità di risorse naturali, migrazioni e spostamenti, che colpiscono le persone di tutto il mondo. Affrontare questi problemi ora alla conferenza di Parigi è necessario, per essere in grado di lavorare verso gli obiettivi globali (OSS) e realizzare un futuro più sostenibile per le persone e il pianeta. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono un accordo globale per sradicare la povertà estrema e di affrontare il caos climatico entro il 2030. La conferenza di Parigi è una parte fondamentale di questa tabella di marcia per il mondo verso il raggiungimento di questi obiettivi. In questo modo, i cambiamenti climatici e lo sviluppo internazionale sono intrinsecamente legati.

obiettivi-sviluppo-sostenibile[1]

In parole povere: la lotta contro gli effetti del cambiamento climatico può salvare vite umane e proteggere il pianeta per le prossime generazioni.

 

3. Se il cambiamento climatico è così importante perché non abbiamo già fatto un accordo?

Gli accordi sono stati fatti in passato, ma il problema sta nel rendere questi accordi legalmente vincolanti.

La strada per Parigi, ha avuto diverse tappe finora:

Il primo accordo importante sul cambiamento climatico c’è stato al vertice 1992 a Rio de Janeiro, che ha istituito la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). La conferenza obbligava i governi ad agire per combattere il cambiamento climatico, ma non è riuscita a nominare le azioni specifiche e le relative sanzioni a chi non ottemperava. Un accordo troppo “aperto” con l’unico vantaggio di aver messo questo argomento per la prima volta al centro della politica mondiale.

L’accordo successivo, arrivato nel 1997, è stato più importante: il Protocollo di Kyoto.

Questo Protocollo impegnava i Paesi sottoscrittori (le Parti) ad una riduzione quantitativa delle proprie emissioni di gas ad effetto serra (i gas climalteranti, che riscaldano il clima terrestre) rispetto ai propri livelli di emissione del 1990 (baseline), in percentuale diversa da Stato a Stato: per fare questo le Parti sono tenute a realizzare un sistema nazionale di monitoraggio delle emissioni ed assorbimenti di gas ad effetto serra. L’intento era ridurre del 5,2% il livello mondiale delle emissioni entro il 2012, ma questo impegno ha vacillato quando gli Stati Uniti si sono rifiutati di ratificare l’accordo. Senza gli Stati Uniti, il Protocollo di Kyoto non è entrato in vigore fino a quando non ha firmato la Russia, nel 2004, ma oramai era stato già indebolito.

Il protocollo di Kyoto non ha posto alcun obiettivo ai paesi in via di sviluppo, consentendogli di aumentare le loro emissioni in modo sfrenato, un problema importate in paesi come la Cina.

Il Bali Road Map è venuto nel 2007 e ha istituito il quadro di base per un accordo più approfondito da raggiungere al COP15 di Copenhagen due anni dopo.

A Copenaghen, le nazioni hanno deciso di istituire un impegno di cooperazione internazionale per raccogliere 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per aiutare le nazioni in via di sviluppo ad adeguarsi ai cambiamenti climatici.

L’Unione Europea, su spinta dei partiti verdi, ha proposto una strategia molto ambiziosa da realizzare entro il 2020, il progetto “20-20-20”, che comportava un calo delle emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990, un aumento dell’energia derivante da fonti rinnovabili tale da coprire il 20% del fabbisogno energetico interno dell’UE; una riduzione del 20% del consumo di energia grazie a misure dirette a renderlo più efficiente. Tanto gli Stati Uniti, poco inclini ad assumere standard così elevati, quanto Cina e Brasile, che non avrebbero accettato vincoli pari a quelli dei Paesi Industrializzati , si opposero alla proposta europea.

20-20-20[1]

Proprio sul filo di lana venne approvato “l’Accordo di Copenhagen”: un documento in 12 punti, senza alcuna efficacia vincolante, il cui scopo è quello di limitare a 2 gradi l’aumento della temperatura media mondiale ma che elimina il riferimento al taglio del 50% per il 2050.

4. Che cosa si prevede di ottenere da questa conferenza?

Un trattato internazionale, giuridicamente vincolante per i governi, sul loro impegno nell’affrontare il cambiamento climatico.

Uno dei temi fondamentali nel percorso verso l’accordo di Parigi sono i cosiddetti INDCs (Intended Nationally Determined Contributions) ovvero i propri impegni che ciascun Stato Membro dichiara di voler inserire all’interno del futuro accordo.

Sono impegni che i paesi responsabili di oltre l’80 per cento delle emissioni hanno dichiarato di rispettare per ridurre la loro Carbon footprint prima della COP21.

Tuttavia, questi non sono impegni giuridici, ma solo indicazioni di intenzioni.

L’obiettivo di Parigi sarà quello di cercare di ottenere un trattato giuridicamente vincolante che garantisca a questi impegni di giungere a buon fine.

Si prevede che l’accordo raggiunto a COP21 entrerà in vigore nel 2020, l’anno in cui tutti gli impegni attuali sul gas serra scadranno.

L’obiettivo della COP21 quindi, oltre a raggiungere questo accordo legalmente vincolante per implementare soluzioni attuali ai cambiamenti climatici, è quello di varare un piano di aiuti per l’adeguamento agli effetti del riscaldamento globale in corso, contemporaneamente continuando a ridurre le emissioni di gas ad effetto serra.

Alcuni punti chiave della COP21:

A che punto siamo:

Le ultime proiezioni degli scienziati prevedono l’aumento medio della temperatura globale tra 3,7 e 4,8 ℃ entro il 2100.
Al fine di raggiungere l’obiettivo fissato di “soli” 2 ℃, le emissioni devono essere ridotte del 40-70 % entro il 2050. Il risultato previsto dalla Conferenza di Parigi è quello di stabilire un accordo vincolante per mettere nazioni in cammino verso quell’obiettivo.

Dove stiamo andando:

La Conferenza dovrà fare ulteriore pressione sulle nazioni partecipanti perché riconoscano il loro impatto sull’ambiente, pubblicando i loro sforzi nazionali per combattere il cambiamento climatico, al fine di garantire come ogni nazione sta contribuendo questa battaglia.

Qual è il piano:

Sappiamo già quali sono gli impegni dei maggiori responsabili delle emissioni. L’UE taglierà le proprie emissioni del 40%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030. Gli Stati Uniti ridurranno le loro emissioni dal 26% al 28%, rispetto ai livelli del 2005, entro il 2025. La Cina ha stimato che il suo picco di emissioni di CO2 sarà raggiunto “attorno al 2030” e imputa ai paesi più sviluppati le conseguenze maggiori dei cambiamenti. In parole povere vuole prima raggiungere i livelli di inquinamento degli altri paesi, per poi ragionare sui provvedimenti sui quali impegnarsi.

Qual è il futuro:

Per mettere questo in azione, l’accordo raggiunto in sede di Conferenza sul clima di Parigi sarà facilitata dalla Agenda di soluzioni dopo la conferenza. La “Solutions Agenda” è un’organizzazione nata dal vertice sul clima di New York nel 2014, al fine di favorire lo scambio di informazioni tra le nazioni e l’adozione di misure concrete per affrontare il cambiamento climatico. E non è composta solo dai governi del mondo, ma anche ONG, aziende e multinazionali, enti locali. L’organizzazione mira a incoraggiare un maggior parti interessate a impegnarsi per combattere il cambiamento climatico, evidenziando le iniziative e le soluzioni proposte in un duplice obiettivo di incentivazione e di dimostrazione.

5. Qual è il ruolo dell’Italia e come possono i cittadini italiani essere coinvolti?

Il grande Alexander Langer, aveva sempre sostenuto che la conversione ecologica o è desiderabile o perde. Per questo è importante presentare i dati sui cambiamenti climatici fornendo sempre una soluzione.

Il governo italiano, in verità, non ha fatto granché, al di là di parole altisonanti.

L’Italia potrebbe fare la sua parte se:
Approvasse una strategia per il clima che fissi gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, col relativo Piano di azioni, secondo una prospettiva che assuma sul serio gli obiettivi europei, per l’interesse che ha il nostro Paese a ridurre importazioni e consumi di fonti fossili in tutti i settori strategici e a intrecciare obiettivi economici, industriali e sociali.

Realizzasse con scelte concrete la just transition verso un’economia low carbon. Dall’edilizia all’industria, dall’agricoltura ai trasporti, occorre spingere con forza un’innovazione trasversale ai diversi settori che permetta di ridurre i consumi energetici e le emissioni, aiutando così le famiglie e le imprese. Un nuovo modello economico sostenibile si basa su un’economia circolare, che permette di tenere assieme gli obiettivi di tutela e corretta gestione delle risorse, di recupero, riciclo e riuso delle materie, fondamentale in un Paese storicamente importatore come l’Italia. Il primo segnale che va mandato subito riguarda la radicale modifica della bozza di decreto sulle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche. Il secondo riguarda l’attuazione di quanto prevedono la direttiva sull’efficienza energetica e lo stesso decreto attuativo, sbloccando finalmente il fondo per gli investimenti e introducendo regole chiare per i controlli in edilizia, nell’interesse dei cittadini.

Fermasse completamente i sussidi alle fonti fossili e alle trivellazioni di petrolio e gas come sancito dall’ultimo G7 in Germania. Occorre cancellare tutti i sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili che ancora esistono in Italia nelle bollette elettriche, nell’autotrasporto, nelle politiche industriali. Ma il governo Renzi deve anche cambiare strada rispetto alle scelte realizzate negli ultimi anni di via libera alle trivellazioni petrolifere, in Italia e nel Mediterraneo.

Investisse sul dissesto idrogeologico, adattando il territorio ai cambiamenti climatici. Dopo la definitiva approvazione della strategia nazionale di adattamento, occorre passare dalle parole ai fatti con politiche di rafforzamento della resilienza dei territori rispetto ai fenomeni meteorologici estremi, di messa in sicurezza delle città dagli impatti e i danni che sempre più spesso si determinano, di manutenzione del territorio e di riduzione del rischio, di valorizzazione del ruolo dell’agricoltura. In questa direzione, attraverso la chiave dell’adattamento, deve realizzarsi subito la revisione dei progetti contro il dissesto idrogeologico.

Bloccasse la cementificazione. Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto a una media di 8 metri quadrati al secondo e la serie storica dimostra che si tratta di un processo che dal 1956 non conosce battute d’arresto. Ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze. Questo incredibile consumo del territorio non solo è altamente penalizzante per l’ambiente e l’ecosistema, ma anche inutile: con l’incremento di più di 2°C delle temperature del pianeta molte delle costruzioni, soprattutto nell’alto Adriatico, nelle Marche e in alcune zone tirreniche toscane e laziali, saranno sommerse completamente dall’acqua.

COp21Ma ecco un elenco di azioni concrete che ciascuno di noi può fare per rispondere alla sfida dei cambiamenti climatici:

1. Spegnere le luci quando non siete a casa, in ufficio, in classe

2. Riciclare i rifiuti a casa, ma anche a scuola

Puoi risparmiare una tonnellata di anidride carbonica ogni anno se inizi a riciclare i rifiuti che generi

(tipicamente carta, vetro, lattine ed imballaggi di plastica).

3. Riciclare i rifiuti organici

Circa il 3% delle emissioni dei gas serra sono rilasciate attraverso la decomposizione dei rifiuti

biodegradabili. Riciclando l’organico (o compostandolo), si può contribuire ad alleviare questo

problema.

4. Usare la carta riciclata o con marchi FSC

Si potranno così risparmiare 15 alberi ogni tonnellata di carta riciclata utilizzata al posto della carta

vergine.

5. Usare la carta fronte e retro

6. Non lasciare le apparecchiature elettriche in stand‐by  

Usa il bottone di spegnimento presente sull’apparecchio. Un televisore acceso per 3 ore al

giorno (il tempo che gli europei passano in media davanti alla TV) e lasciato in stand‐by per

le rimanenti 21 ore, usa circa il 40% dell’energia nella modalità stand‐by.

7. Acquista solo apparecchiature ad alta efficienza energetica

Scegli pc e stampanti in modo che appartengano alla Classe A (consulta la banca dati

Energy Star).

8. Usare i diffusori a risparmio energetico per i rubinetti  

Sia in bagno che in cucina. Sempre grazie agli incentivi statali, non sarà difficile trovare

aziende che regalano diffusori a risparmio energetico. Con un diffusore risparmi non solo

acqua, ma anche energia quando l’acqua è calda (ne usi di meno).

9. Produrre meno rifiuti

Evitare i contenitori usa e getta (comprese stoviglie in mensa).

10. A casa e nella mensa scolastica: Acquistare alimenti prodotti localmente

Gli ingredienti di un pasto in Europa viaggiano mediamente per oltre 1.200 km prima di arrivare sul

tuo piatto. Acquistare frutta, verdura, carne e pesce prodotti nelle vicinanze della tua città

aiuteranno a risparmiare sul carburante e faranno girare l’economia nella tua comunità.

11. A casa e nella mensa scolastica: Comprare prodotti freschi invece dei surgelati

I surgelati richiedono circa 10 volte più energia dei cibi freschi per essere confezionati.

12. Fai meno chilometri in macchina: usa la bici o i trasporti pubblici

Evitando un tragitto di 10 km al giorno in auto per 5 giorni a settimana, puoi eliminare fino a 8

tonnellate di anidride carbonica all’anno! Usa i trasporti pubblici o vai in bici o a piedi (ci guadagni

anche in salute).

13. Piantare un albero

Un solo albero assorbe mediamente una tonnellata di anidride carbonica nel suo ciclo

vitale. E rinfrescandoti all’ombra degli alberi potrai ridurre le spese per l’aria condizionata

dal 10 al 15%.

(Vademecum tratto da QUI)

(Fonte: http://violapost.it/2015/12/02/5-cose-da-sapere-sulla-conferenza-di-parigi-sul-clima-infografica/)

Mujica:”l’unico bombardamento ammissibile in Siria è con latte in polvere e biscotti”

da Il Post Viola

Qualcuno mi ha segnalato questo articolo, che gira in rete, del 6 settembre 2013. Quel grande uomo di José Mujica era ancora presidente dell’Uruguay e gli Stati Uniti si stavano preparando ad attaccare il regime di Assad con la scusa che quest’ultimo stava usando armi chimiche contro i ribelli dell’opposizione (ma dove abbiamo già sentito un’accusa simile per giustificare una guerra?). Mujica spiegava come fosse impossibile fermare una guerra con più guerra, rispetto all’intenzione degli Stati Uniti di preparare un attacco militare contro la Siria.

Parole ancora attualissime di uno dei pochi uomini al mondo che ancora riesce a dire cose semplici ma così rivoluzionarie. Nelle sue affermazioni si avvertiva la certezza che quello che sta avvenendo in questi mesi, sarebbe accaduto. Perché non riusciamo mai ad imparare abbastanza dalla storia, o forse non vogliamo.

Ecco l’articolo tradotto da qui.

Spiegando il suo punto di vista in una radio locale, Mujica ha affermato che “l’unico bombardamento ammissibile in Siria è con latte in polvere con biscotti e cibo, non con armi né bombe.”
La guerra è come “tentare di spegnere un incendio, gettando dentro più combustibile”, ha spiegato il Presidente.
“La guerra non si risolve introducendo più guerra presumibilmente più giusta, altrimenti si imbocca una strada piena di conflitti interminabili e si crea un profondo risentimento che si trasforma in lotta e resistenza da una parte verso l’altra”, ha spiegato Mujica a “El Pais”.
Analizzando la storia mondiale e sottolineando i recenti momenti topici della storia contemporanea, il presidente uruguaiano ha insistito nel ricordare le conseguenze di tutte le guerre. “In ciascuno dei tentativi degli ultimi 20 o 30 anni per imporre la democrazia occidentale con le cannonate, lì in Asia minore o nel mondo arabo, il risultato finale di questo sacrificio sono stati genocidi dolorosi”, ha precisato il leader uruguaiano.
Mujica è del parere che la guerra come soluzione serva solo a mantenere l’uomo nella sua preistoria. Chi ci guadagna sono gli speculatori, ha spiegato il presidente: “Gli interessi degli speculatori della finanza non sono lenti né pigri, ma pronti ad approfittare delle paure e l’instabilità di una zona di guerra.”
L’unica cosa che possono fare i paesi confinanti con la Siria è “discutere e discutere, cercando compromessi, e negoziare, qualunque negoziazione per cattiva che sia è infinitamente migliore per i deboli, i poveri e per coloro che soffrono nel mondo le soluzioni militari”, ha concluso il presidente Mujica.

(Fonte: http://violapost.it/2015/11/22/mujicalunico-bombardamento-ammissibile-in-siria-e-con-latte-in-polvere-e-biscotti/)

Migranti: dieci bufale che alimentano il razzismo – parte 2

da IlFattoQuotidiano.it

Ecco di seguito le altre mie 5 risposte alle 5 bufale sui clandestini, con relativi link. (Qui le prime 5)

6) All’epoca dei nostri migranti molti italiani sono partiti, ma molti altri hanno resistito alla guerra, la fame e la dittatura. Non siamo in grado di dare asilo a milioni di profughi
 A parte che non sono milioni ma, come abbiamo visto al punto 2, i profughi che nel 2014 hanno fatto domanda di asilo in Italia sono 64.600. Il paragone comunque non regge. Basta chiedere ai migranti libici, eritrei, siriani delle loro famiglie e dei loro amici trucidati. In Siria, ad esempio, in quattro anni di guerra si contano 215 mila morti di cui 66 mila civili. (Fonte: Repubblica) Tra l’altro la nostra costituzione all’articolo 10 stabilisce il diritto d’asilo in Italia allo straniero al quale nel suo Paese non è garantito l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione.

7) I clandestini rubano il lavoro agli italiani.
Gli stranieri non solo non hanno rubato posto agli italiani, ma hanno incentivato per loro un lavoro più qualificato. “La crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani”, è la Banca d’Italia a parlare. Secondo modelli econometrici e analisi dei dati statistici dei Paesi di riferimento è dimostrato “che persino un raddoppio dei flussi immigratori, al contrario di quanto ritengono in molti, non ha impatti significativi, a livello statistico, sui livelli di occupazione. Chi dunque teme che gli extracomunitari tolgano il lavoro agli italiani ha un falso timore. Non solo: analizzando 15 anni di immigrazione in Europa i due autori sono giunti alla conclusione che questa ha «spostato» i lavoratori nazionali verso lavori meno manuali e più qualificati e determinato un aumento medio delle buste paga pari allo 0,7%.” (Fonte: Corriere della Sera)

8) Ci stiamo facendoci invadere dai mussulmani. Gli immigrati italiani erano cattolici e andavano in paesi cattolici. Prova a costruire una chiesa nei loro paesi.
Peccato che la maggioranza degli stranieri presenti in Italia sia cristiana e non musulmana.
Queste sono i dati delle religioni tra gli stranieri
Musulmani 1.200.000
Cattolici 860.000
Altri cristiani 1.100.000
Altre confessioni (induisti, buddisti, sikh) 200.000
Atei 230.000
Non dichiarati 80.000
Quanto alla bufala delle chiese, nei paesi islamici i cristiani sono un numero molto esiguo, ma è comunque loro garantito un luogo di culto. Ancora una volta i dati sono eloquenti: ad esempio in Marocco i cattolici sono circa 27 mila, pari a meno dello 0,1%, su una popolazione di 33.757.750 abitanti. Il Marocco ospita 3 cattedrali e 78 chiese. Citando solo i principali paesi islamici, dove è il caso di ricordare che spesso i cristiani costituiscono una piccolissima minoranza: si contano trentadue cattedrali in Indonesia, una cattedrale in Tunisia, sette cattedrali in Senegal, cinque cattedrali in Egitto, quattro cattedrali e due basiliche in Turchia, quattro cattedrali in Bosnia, una cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, sette cattedrali in Pakistan, sei cattedrali in Bangladesh. (Fonte: Dossier «Mandiamoli a casa» i luoghi comuni)

9) Non possiamo accogliere gli immigrati perché non siamo un paese multietnico. La loro presenza rovina le nostre scuole.
 Ma questo non è un vantaggio, anzi. E’ paradossale che il continente africano, dalla quale provengono la maggior parte dei clandestini, sia quello più multietnico e accogliente nei confronti degli stranieri del mondo. (Fonte: Washington Post). L’Italia, nonostante il suo passato di emigranti, inspiegabilmente non accetta di esserlo perché fa gioco ad alcuni settori politici alimentare la paura (inesistente) dell’invasione etnica.  “La multietnicità a scuola non è uno svantaggio, tutt’altro. La presenza di bambini stranieri a scuola deve essere considerata come un vantaggio e un punto di partenza per crescere insieme e per insegnare ai bambini a non essere razzisti e a saper convivere con altre culture. Inoltre statisticamente è dimostrato che le scuole con tanti studenti stranieri sono le migliori d’Italia.” (Fonte: Pianeta Mamma)

10) Il razzismo nasce perchè agli italiani restano i doveri e i diritti sono tutti dei migranti.
Io invece credo che il razzismo nasca dalle semplificazioni e dal populismo. Quali sarebbero i diritti che verrebbero concessi ai migranti a discapito degli italiani. Il diritto di morire nei barconi? Il diritto di venire segregati in centri di accoglienza? Il diritto di vivere nei settori più poveri della società italiana? Il diritto a non avere cittadinanza neanche per i loro figli che nascono sul nostro suolo? La verità è che la stragrande maggioranza degli stranieri che sbarcano in Italia poi si dirigono in altri paesi europei dove gli vengono concessi diritti che qui da noi non trovano. (Fonte: Repubblica)

Ne ho scritte dieci, ma mi rendo conto che ne potrebbe servire solo una: basterebbe pensare da essere umani. Vedendo che se ci sono migliaia di persone che muoiono, la risposta non può essere tentare di giustificare la loro morte. Ma intervenire con umanità, solidarietà, leggi e tutele per far sì che da domani questo non accada più.

(Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/06/migranti-dieci-bufale-che-alimentano-il-razzismo-ii-parte/1655347/)

Migranti, dieci bufale che alimentano il razzismo – 1

da IlFattoQuotidiano.it

Il mio post precedente ha sollevato un acceso dibattito tra i frequentatori di questo blog e sui social. (Per fortuna la sacrosanta politica de ilfattoquotidiano.it, che modera i commenti, ha evitato i toni più beceri che altrove hanno accompagnato questo tipo di riflessioni). Cosa dicevo sostanzialmente? Che noi italiani siamo un popolo di emigranti (nel passato e ancora oggi), che spesso non siamo stati accolti benissimo nei relativi paesi di destinazione, che purtroppo nelle traversate dalla fine dell’ottocento fino alla metà del novecento sono morti migliaia di italiani, che capitani e armatori si comportavano spesso da veri delinquenti. E proponevo che questa parte della storia venisse insegnata ai nostri figli a scuola.

Noto con piacere che le condivisioni in rete e gli apprezzamenti al mio articolo precedente sono stati superiori ai commenti “di pancia”. Ho letto puntualmente ogni critica.  Per questo ho pensato che fosse giusto preparare queste prime 5 risposte alle 5 bufale dei lettori più accaniti nei confronti dei clandestini (seguiranno le altre 5). Con relativi link per poter approfondire.

1) Non si può confrontare l’immigrazione selvaggia di oggi con l’immigrazione degli italiani nelle Americhe. Gli italiani erano ben accetti.
Se si conosce la storia degli Stati Uniti, si deve sapere che non è vero che quella civiltà era accogliente e ben disposta rispetto agli immigrati. “A partire dalla fine degli anni 1880, inizia un conflitto a livello del Congresso, che tende a limitare, contenere, respingere, espellere quegli immigrati, costruendoli sul piano sociale come “invasori” o “distruttori della cultura statunitense”, determinando allarme e preoccupazione, mettendo in movimento reazioni di tipo razzista.” Nel 1921 fu approvata una ulteriore restrizione, che limitava il flusso immigratorio da un paese al 3 % del numero complessivo della popolazione statunitense. E ancora “le leggi che vanno dal 1921 al 1924 segnano un drastico giro di vite, introducendo il sistema delle quote che limiterà gli sbarchi dai paesi “arretrati” dell’Europa sudorientale (italiani, slavi) oltre che di islamici ed ebrei.” (Fonte: Libro US Waste. Rifiuti e sprechi d’America. Una storia dal basso.)

2) L’America era una nazione che iniziava la sua crescita ed aveva territori immensi da trasformare. L’Italia di oggi è una nazione piccina super popolata.
Infatti i migranti si dirigono in molti paesi europei. E l”Europa ha un’estensione territoriale maggior degli Usa (10.180.000 km² contro 9.857.306 km²). Solo il 10% dei migranti che sbarcano si ferma in Italia. Secondo i dati Eurostat relativi al 2014 un rifugiato su 3 ha chiesto di asilo in Germania, paese che ha ricevuto 202 mila richieste, pari al 32% del totale, seguita da Svezia con 81 mila (13%), Italia con 64.600 (10%), Francia 62mila (10%) e Ungheria 42mila (7%).

3) Noi non facevamo come i clandestini che rubano i servizi e le case destinati agli italiani
Questa è una bugia abbastanza diffusa. Peccato che non sia vero che gli stranieri siano privilegiati rispetto agli italiani, anzi. L’Osservatorio provinciale delle immigrazioni a Bologna ha stilato un dossier sull”abitare degli stranieri a Bologna e provincia” ed è emerso che a vedersi assegnare un alloggio, sono più spesso gli italiani rispetto agli stranieri, con il rapporto di 1 a 5 per le famiglie italiane e 1 a 10 fra gli stranieri che ne fanno richiesta. Ovviamente fra i criteri per l’assegnazione delle case popolari non compare la nazionalità. Gli immigrati di solito sono svantaggiati perché giovani, in buona salute e con piccoli gruppi famigliari (poiché non ricongiunti).

4) I nostri connazionali contribuivano alla crescita economica, mentre i clandestini sono a carico degli italiani
Il rapporto tra la spesa pubblica per l’immigrazione, da una parte, e i contributi previdenziali e le tasse pagate dagli immigrati, dall’altra, mostra che nel 2011 gli introiti dello Stato riconducibili agli immigrati sono stati pari a 13,3 miliardi di euro, mentre le uscite sostenute per loro sono state di 11,9 miliardi, con una differenza in positivo per il sistema paese di 1,4 miliardi. (Fonte: RAPPORTO UNAR)

5) Noi italiani paghiamo i clandestini 40 euro al giorno, uno schiaffo in faccia a chi muore di fame
La diaria giornaliera concessa ai migranti è di 2,5 euro. E’ questo il lusso? Il costo stimato per straniero che sbarca è di circa 35 euro al giorno. Questi soldi però non finiscono in tasca agli ospiti dei centri ma tornano in circolo nell’economia italiana perché vengono erogati alle cooperative, di cui i comuni si avvalgono per la gestione dell’accoglienza. E servono a coprire le spese per il vitto, l’alloggio, la pulizia dello stabile e la manutenzione. Una piccola quota copre anche i progetti di inserimento lavorativo.  (Fonte: Redattoresociale).
Bisogna ricordare che sono soldi coperti dai fondi che ci vengono erogati dalla Unione Europea (ai quali noi contribuiamo in piccola parte): “per il periodo 2013-2020: con 310.355.777 di euro l’Italia è il secondo Paese con più alta remunerazione per quanto riguarda il fondo per l’asilo e l’integrazione degli stranieri (Amif)” Fonte: HuffingtonPost).

…continua

(Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/03/migranti-dieci-bufale-che-alimentano-il-razzismo-i/1646848/)

Naufragio emigranti: quando i ‘negri bianchi’ eravamo noi

da IlFattoQuotidiano.it

Mi piacerebbe che nelle scuole italiane si leggessero i libri di Gian Antonio Stella “L’Orda” e “Odissee” e si guardasse lo splendido film “Nuovo Mondo” di Crialese.

Gli studenti sicuramente rimarrebbero stupiti nello scoprire le speranze degli emigranti italiani rispetto alle misteriose Americhe o ai paesi del nord Europa. Per esempio il fatto che si facessero ingannare da cartoline che mostravano ortaggi enormi e strade piene di latte. Così mollavano le loro terre e la loro povertà sperando di trovare ricchezza e soldi al di là dell’Oceano oppure semplicemente al di là delle Alpi. Per recuperare i soldi delle traversate facevano collette in famiglia oppure svendevano le loro già povere terre.

Ai nostri figli farebbe proprio bene conoscere la cruda realtà dell’emigrazione italiana. Quando gli italiani venivano schiavizzati e sfruttati come manodopera a bassissimo costo nelle fabbriche statunitensi o nelle piantagioni brasiliane o argentine e truffati da farabutti senza scrupoli. Quando le donne italiane erano cedute ai bordelli di tutto il mondo e i bambini venduti ai pedofili.

Al di là della grande demagogia che guida le battute della maggior parte dei nostri politici, mi pare giusto che i nostri ragazzi e le nostre ragazze sappiano quanta somiglianza ci sia tra i barconi strapieni di migranti che arrivano (o purtroppo non arrivano) sulle coste della Sicilia e le traversate che hanno caratterizzato l’emigrazione italiana fin dalla fine dell’800.

Con punte anche di 500.000 partenze l’anno (a partire dal 1901), i migranti italiani sono stati sottoposti al giogo di armatori senza scrupoli che pensavano solo ai loro sporchi interessi e ai quali non fregava di sporcarsi le mani. Che li ammassavano nelle stive e li stipavano peggio delle bestie. Quei viaggi per mare si trasformarono in un’ecatombe che è costata la vita a migliaia di inermi cittadini che chiedevano solo la possibilità di lavorare per sopravvivere. Guardando le immagini da Lampedusa, i nostri figli dovrebbero sapere che nel momento in cui la schiavitù degli africani è diventata illegale è cominciata quella dei “negri bianchi”, degli italiani praticamente ammassati l’uno sull’altro da armatori avidi e da capitani senza vergogna. In stive dove l’aria era irrespirabile dal fetore del vomito e delle feci, dal puzzo dei carburanti e dalle esalazioni di centinaia di esseri umani. Una tratta che oggi continua con i migranti che arrivano nelle stesse condizioni sulle nostre coste. Situazioni in cui l’essere umano viene considerato solo merce dalla quale ricavare profitto. Anche allora le malattie provocavano vere e proprie stragi (considerato che il viaggio durava dai 10 ai 12 giorni), delle quali armatori e comandanti se ne fregavano.

Forse conoscendo questi fatti i ragazzi e le ragazze imparerebbero quello che non bisogna mai dimenticare. Innanzitutto che siamo tutti essere umani (come ripete alla radio nel suo tormentone Marco Mengoni). Poi che bisogna fare i conti con la storia, in questo caso la nostra storia di emigranti. Comprendendo le ragioni e gli stati d’animo che spingono migliaia di uomini, donne e bambini ad affrontare un viaggio in cui le possibilità di lasciarci la pelle sono superiori a quelle di scamparla. E’ necessario anche informarsi, per sapere che mentre noi cento anni fa fuggivamo solo dalla povertà, oggi i migranti che partono della coste africane sfuggono dalle guerre e le persecuzioni. E chi scappa perché teme per la propria incolumità non è un clandestino ma un profugo e deve essere soccorso e aiutato. Non per spirito umanitario, ma per il diritto d’asilo, sancito da vari trattati, tra i quali:

  • Convenzione Onu relativa allo status dei rifugiati (Ginevra, 1951)
  • Convenzione Oua sui rifugiati (Addis Abeba, 1969)
  • Dichiarazione di Cartagena (Cartagena, 1984)
  • Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 1950)
  • Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti (New York, 1984)

E poi, anche culturalmente, questi ragazzi dovrebbero imparare quel che Alexander Langer, citando Humboldt, ripeteva spesso: si è tante volte uomini quante lingue (e dialetti) si conoscono.

Per chiudere, mi sembra importante ricordare le vittime di quando i clandestini eravamo noi:

24 agosto 1880 – Piroscafo italiano “Ortigia”. Affonda al largo della costa argentina per speronamento accidentale con un mercantile, 149 morti.

17 marzo 1891- Bastimento inglese “Utopia”, partito da Trieste con scalo a Napoli. Urta contro una corazzata nello stretto di Gibilterra e affonda. 576 vittime, in prevalenza italiani provenienti da Campania, Abruzzo e Calabria.

4 luglio 1898 – Nave francese “Bourgogne” affondata al largo della Nuova Scozia 549 morti, per lo più emigranti italiani.

4 agosto 1906 – Piroscafo italiano “Sirio” affondato davanti a Capo Palos (Spagna). Vittime stimate 293, in gran parte italiani, ma la cifra è incerta perché erano molti i clandestini a bordo, per lo più emigrati italiani senza documenti.

25 ottobre 1927 – Piroscafo italiano “Principessa Mafalda”, affondato ad 80 miglia dalla costa del Brasile. 314 morti secondo le autorità fasciste italiane del tempo, 657 secondo dati riportati dai giornali sudamericani, tutti italiani, per lo più piemontesi, liguri e veneti. Fu ricordato come il Titanic italiano. E tanti altri…

Ma l’ecatombe continuò anche a causa della guerra: emigranti italiani morti nell’affondamento di piroscafi durante la prima guerra mondiale ad opera di sottomarini, 446 morti italiani nel 1940 nell’affondamento di un piroscafo inglese davanti alle coste del Brasile, l’Arandora Star (tenete conto che noi eravamo alleati dei tedeschi).

Allora l’idea di sparare sulle barche non era soltanto enunciata: nel 1884, sulla nave italiana “Brazzo” con 1333 passeggeri a bordo, scoppia il colera. Venne respinta a cannonate a Montevideo.

Nel 1888 sulla nave italiana “Carlo Raggio” con 1851 emigranti italiani, ci saranno 18 vittime per fame.

(Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/03/migranti-dieci-bufale-che-alimentano-il-razzismo-i/1646848/)

Earth Hour: 5 motivi per cui fa bene risparmiare non solo nell’Ora della Terra

Oggi dalle 20.30 alle 21.30 ci sarà la Earth Hour, un evento organizzato dal Wwf internazionale che si celebra in tutto il mondo. Durante l’Ora della Terra del 2014 sono state spente luci in 7000 città in 163 Paesi del mondo. E quest’anno si prevede che all’iniziativa del Wwf partecipino quasi 2 miliardi di persone.

Gli organizzatori hanno creato una mappa di tutti gli eventi che ci saranno in Italia.

E’ una di quelle iniziative che ci deve far riflettere sulla necessità di prenderci cura del nostro pianeta. L’idea è quella di lanciare un appello pacifico ma determinato ai governi del mondo per fare di più per salvaguardare il nostro pianeta, soprattutto dai cambiamenti climatici.

Ma è anche una mobilitazione che chiede anche al singolo individuo di praticare quotidianamente uno stile di vita che consenta un cambiamento di rotta.

Prendere immediatamente provvedimenti per fermare i cambiamenti climatici non è solo necessario ma urgente e indispensabile. Sono diverse le ragioni che devono spingere governi ed individui di tutto il mondo a partecipare a questa battaglia.

Soprattutto in Europa questa deve diventare una delle priorità in attesa del Summit sul Clima che si svolgerà a fine anno a Parigi.
Lì i governi di tutto il mondo dovranno dimostrare di avere a cuore il futuro del nostro pianeta.
Lì sarà necessario arrivare a un accordo efficace per combattere i cambiamenti climatici.

Ecco perchè come European Green abbiamo stilato un piccolo promemoria dove abbiamo indicato le cinque ragioni per le quali è urgente prendere provvedimenti individuali e governativi per il risparmio energetico. Cominciando da oggi con l’Ora della Terra.

  1. Il risparmio energetico aiuta la battaglia contro i cambiamenti climatici
    Se vogliamo raggiungere efficacemente l’obiettivo di non far aumentare il riscaldamento globale del pianeta di più di due gradi entro la fine del secolo è necessario anche ridurre le emissioni di gas serra dovute alla vita quotidiana nelle nostre case. La migliore maniera di farlo è ridurre il consumo di energia. Nel 2013 il 40% dell’energia consumata in Europa è stata a causa del riscaldamento (in inverno) e del raffreddamento (in estate) nelle nostre case. Del resto la mobilità causa il 31% delle emissioni di CO2. Questo vuol dire che noi anche nelle nostre case dobbiamo risparmiare energia per salvare il pianeta. Grazie ad una migliore isolamento delle nostre case e al passaggio ad un sistema di trasporti più pulito, contribuiremo al raggiungimento dei nostri obiettivi climatici.
  1. Il risparmio energetico riduce il nostro deficit commerciale
    Nel 2013, l’Ue ha speso 421 miliardi di euro per comprare energia dall’estero, per lo più gas russo. Ciò equivale a circa 1,2 miliardi di euro al giorno, oppure 1.200 € per ogni abitante dell’Unione europea. Ridurre il nostro consumo è l’unico modo per ridurre la nostra dipendenza dal gas russo, e di smettere di fare affidamento sulla buona volontà di Putin e di Gazprom.
  1. Il risparmio energetico fa diminuire le bollette
    La povertà energetica riguarda dai 50 ai 125 milioni di cittadini dell’Unione Europea, il che significa che tra il 14 e il 36% della popolazione ha difficoltà a pagare le bollette dell’elettricità e del gas o non può riscaldare adeguatamente le sue case. Un miglior isolamento delle abitazioni, insieme con l’utilizzo di apparecchi più efficienti e un modello energetico intelligente di consumo di energia (per esempio evitando l’uso di lavatrici durante i picchi di domanda) permetterebbe a tutti noi di ottenere nell’immediato bollette meno pesanti e un potere d’acquisto tale da consentire una contrattazione per la diminuzione delle bollette .
  1. Il risparmio energetico crea posti di lavoro e stimola la crescita economica
    Nel contesto di questa crisi economica, il settore dell’efficienza energetica è uno di quelli che potrebbe portare alla creazione di posti di lavoro. Costruttori, artigiani, installatori, architetti, ingegneri e così via potrebbero rinnovare, progettare e installare tecnologie a basso consumo energetico. I dati confermano che entro il 2020, fino a 2 milioni di posti di lavoro potrebbero essere creati in Europa nel settore delle misure di efficienza energetica, con altri 2 milioni di posti di lavoro possibili entro il 2030. Per ogni milione di euro investito in misure di risparmio energetico, si crea una media di 17 posti di lavoro .
  1. Il risparmio energetico migliora la competitività delle nostre imprese
    I costi energetici rappresentano una quota sempre maggiore della spesa complessiva della produzione nel settore manifatturiero. Per ragioni geologiche e strutturali, l’Europa avrà sempre i prezzi dell’elettricità e del gas più elevati rispetto ai suoi principali concorrenti, come gli Stati Uniti o la Cina. Pertanto, se miglioriamo l’energia e l’efficienza delle risorse dei nostri processi produttivi, le industrie dell’UE avrebbero costi competitivi per la vendita dei loro prodotti sul mercato mondiale.

(Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/28/earth-hour-oggi-ce-lora-della-terra-cinque-motivi-per-i-quali-risparmiare-fa-bene/1545023/)